"Oggi il Corriere della Sera pubblica l'intervista che mi ha fatto
Aldo Cazzullo. Per chi non ha trovato il giornale in edicola la
ripubblico qui su facebook."
Walter Veltroni, un anno fa lei lasciava la guida del partito
democratico. Da allora non si è capito se lei sia dentro o fuori. Un
giorno pare concentrato sui romanzi, i viaggi, la vita. Il giorno dopo
pare di nuovo un leader politico. Qual è la verità?
«Ma tutta la mia vita è questa. Io sono sempre stato così. Qui sta la
mia atipicità: ho sempre avuto con la politica un rapporto febbrile; ma
non era mai la febbre del potere. Questo mi ha salvato dai contraccolpi
psicologici, in questo anno non facile».
Lei era sindaco di Roma. Perché ha accettato di fare il segretario Pd?
«Sono stato chiamato in una situazione tragica. Il centrosinistra aveva
perso rovinosamente le provinciali e nei sondaggi era ai minimi
termini. C’era già stata una crisi di governo, la coalizione era
spezzettata e caotica. Fu allora che vennero tutti da me, anche se ero
stato l’unico, con la Bindi, a oppormi all’elezione diretta del
segretario, convinto com’ero che occorresse una figura diversa da un
leader». Poteva rifiutare. «Sarebbe stato un atto di presunzione ed
egoismo, avrei rinunciato a far vivere l’idea per cui avevo rotto le
scatole per dieci anni dentro e fuori il mio partito, sopportando
ironie ed emarginazioni: quel partito dei democratici — che avrebbe
dovuto nascere nel ’96, con l’Ulivo — per cui mi sono battuto per tutta
la vita». Addirittura? «A Natale ho gettato via un po’ di carte, per
fare spazio in casa. Mi sono ritrovato in mano gli articoli di
quand’ero direttore dell’Unità: l’ispirazione era la stessa. Quando
Occhetto fece la svolta, con un coraggio per cui è stato molto mal
ripagato ma che spero gli verrà riconosciuto dalla storia, fui tra i
dirigenti che si batterono per inserire la parola "democratico" nel
nome del nuovo partito. Da ragazzo, quando andavano di moda i gruppi
estremisti, lavoravo per i comitati unitari nelle scuole: uno dei
giorni più belli fu il 29 novembre 1974, quando 40 mila studenti
sfilarono dietro le loro bandiere. I comitati unitari erano la
prefigurazione di quel che un giorno sarebbe stato il punto d’approdo:
il Pd».
Il Pd di oggi è davvero un punto d’approdo?
«Sì, e può esserlo in forma definitiva a patto che non rinneghi le
fondamenta su cui è nato: il bipolarismo, l’innovazione, la radicalità
riformista, la legalità, le primarie. Non accetto che sia trasformato
in qualcosa di diverso; altrimenti non è più il Pd. La campagna
elettorale del 2008 aveva acceso un sogno: per la prima volta, un paese
che pareva condannato alla coazione a ripetere — ed è per questo
annoiato e prevedibile — scopriva che si poteva superare quella specie
gattopardesca della rissosità italiana. Da noi ci si danno colpi bassi,
ci si demonizza, si fabbricano dossier, in passato si è sparso sangue;
tutto perché non cambi mai nulla. In quella campagna abbiamo dimostrato
che si poteva costruire uno schieramento su un programma e non
viceversa, parlare un linguaggio civile, semplificare il quadro
politico. Rivendico il merito di aver inaugurato una nuova stagione,
con un Parlamento con pochi e grandi gruppi anziché diciannove».
Le elezioni però andarono male per voi.
«Passammo dal 22% delle amministrative 2007 a quasi il 34%. Non è quel
risultato che mi angoscia. I risultati degli altri partiti europei
hanno dimostrato quanto quel dato, il punto più alto mai raggiunto dal
riformismo italiano, potesse essere la base per un’ulteriore crescita.
Sono angosciato per lo stato d’animo del paese. Un paese cupo,
ripiegato, dominato da paura e insicurezza. Un paese di passioni
tristi, senza speranze razionali. La gente perde il lavoro, i padri
avvertono che per la prima volta la condizione dei figli non sarà
migliore della loro, le imprese sono sole davanti alla crisi; e la
politica parla di tutt’altro. Invece dovremmo, come insegna Pietro
Ichino, costruire un sistema di welfare moderno aperto ai precari, che
non consenta più di fare a pezzi le vite delle persone. Rivendico di
aver lanciato la sfida ai conservatorismi: sull’età pensionabile, sulla
Tav, sulla questione istituzionale».
Di riforme istituzionali si riparla oggi, e la maggioranza chiede l’apporto del centrosinistra.
«Dopo le elezioni sono stato il primo a dire che questa legislatura
poteva essere costituente. Ma dopo gli strappi di Berlusconi escludo
ora che il centrosinistra possa fare altro che condurre una battaglia
di opposizione contro le forzature delle regole del gioco. Sento
parlare di scambio tra l’immunità e la riforma elettorale
proporzionale: follie, uno scambio tra due cose sbagliate. Noi volevamo
fare un’alleanza non per mettere insieme i pezzi
dell’antiberlusconismo, ma per cambiare il paese. La nostra gente non
capirebbe se avessimo fatto tutto questo per avere Casini presidente
del Consiglio».
È sbagliato cercare l’alleanza con l’Udc?
«Certo che bisogna cercare alleanze. Ma la prima alleanza da stringere
è con i cittadini. Dobbiamo ritrovare il linguaggio della vita reale e
comunicare il senso di una visione non tattica dei problemi del paese».
Lei parla come un uomo che non ha rinunciato all’idea di candidarsi a governare l’Italia.
«Sbaglia. Semplicemente, non rinuncio alle idee di una vita. E le idee
non hanno bisogno di stellette, ma di qualcuno che le tenga vive. Non
ho ambizioni personali. Sono l’unico che non ha incarichi nel Pd, il
partito di cui sono stato fondatore e che ho portato a conquistare un
terzo dell’elettorato. Non ho incarichi perché non ne ho chiesti. Non
faccio correnti, parola che trovo orribile quanto "attimino" e alle mie
orecchie suona fastidiosa come il rumore delle unghie sulle lavagna. Mi
sono dimesso contro le correnti, che ogni giorno segavano l’albero su
cui tutti eravamo seduti. E ho detto che non avrei fatto agli altri
quel che era stato fatto a me. Un impegno cui mi sono attenuto».
Non crede sia stato un errore lasciare? Poche settimane dopo il suo addio sono cominciate le difficoltà di Berlusconi.
«No. Non c’erano più le condizioni per fare il partito in cui credevo.
Credevo a un partito aperto, moderno, capace di aderire alle pieghe
della società del 2010. L’idea di riproporre oggi il modello degli Anni
70 rischia di essere, questa sì, l’idea di un partito liquido. Volevo
cambiare i gruppi dirigenti, nel Mezzogiorno e non solo, ma non avevo
più la forza per farlo. Era iniziato il cannoneggiamento, che non a
caso un minuto dopo le mie dimissioni è cessato. Avrei potuto
vivacchiare, galleggiare. Ma è una cosa che non so fare. Ovunque sia
stato, occupandomi di informazione, all’Unità, al ministero della
Cultura, in Campidoglio, ho sempre cambiato le cose. Mi rendo conto che
in Italia questo rappresenta un difetto».
Che cos’è accaduto in questi mesi, secondo lei?
«La retorica del partito organizzato, finalmente in mano ai
professionisti, non ha funzionato. I partiti devono al contrario
reinventare la propria vita democratica; non possono essere affidati al
potere di due o tre persone». Bersani e D’Alema, ad esempio. «Bersani è
stato eletto con il 53%. Oggi, dopo quel che è accaduto in Puglia e
altrove, la situazione è ancora più dinamica. Con il 53%, e magari
neanche più quello, non si può pensare di fare da soli. Bersani è il
primo a essere interessato a una conduzione collegiale, con l’apporto
di tutti, anche di chi non l’ha votato e mantiene le sue posizioni e il
suo dissenso. Il congresso è alle nostre spalle, ora si apre una fase
nuova. E in questa campagna elettorale è il momento di dare il segno di
una profonda unità».
Dicono che lei abbia litigato con Franceschini.
«L’amicizia e la stima che mi legano a Dario sono indissolubili. È vero
che in Umbria è stato commesso un grave errore: bisognava fare le
primarie sin dall’inizio, con un candidato non espressione di correnti
com’era Agostini. La vicenda è stata gestita senza lealtà. Ma Dario non
c’entra nulla».
Come valuta le candidature del Pd alle Regionali?
«In campagna elettorale le candidature si sostengono, e basta. Se il 28 marzo saranno confermati i dati delle
politiche 2008, e visti i candidati della destra, il centrosinistra
conquisterà 7 o 8 regioni. In generale, però, è emerso nel Pd un
evidente fastidio per le primarie, che sono state convocate,
sconvocate, e alla fine fatte solo dove c’era confusione. Il contrario
di quanto si dovrebbe fare. Le primarie andrebbero imposte ai partiti
per legge. E bisognerebbe tornare ai collegi uninominali. Se si
rinuncia al bipolarismo e si imbocca la strada del proporzionale, con
un partito del 5% che diventa arbitro della vita nazionale, l’Italia
finisce peggio della Grecia».
Lei ce l’ha davvero con Casini...
«Al contrario. Ho sempre avuto con lui — e Pier lo confermerà — un
rapporto chiaro, leale: non gli ho mai chiesto di venire nel
centrosinistra. È giusto che Casini coltivi la sua identità. Quando si
voterà per le politiche, farà la sua scelta. Ma tirarlo per la giacca
ora, voler fare dell’Udc la nuova Margherita, è sbagliato. Per lui, e
per noi».
Non rimpiange neppure l’alleanza con Di Pietro?
«No. Non avevamo alcun interesse ad avere fuori dalla coalizione uno
che sparava sulla linea antiberlusconiana tradizionale, condizionando
il Pd. E poi vedo che ora con Di Pietro siamo ai baci e agli abbracci.
Mentre si sono resi più difficili i rapporti con una persona assai
vicina come Nichi Vendola e con Sinistra e Libertà».
De Luca in Campania?
«In Campania quando ero segretario avevo chiesto al magistrato Raffaele
Cantone di impegnarsi. Il rinnovamento del ceto politico del Sud è
un’esigenza di tutti i partiti. Detto questo, scelto un candidato, lo
si appoggia».
Lei ora aprirà una scuola di politica, è così?
«Sì. Una generazione rischia di considerare la politica come un
mestiere. Ma la politica non è un mestiere. E’ una vocazione. Chi lo
nega esercita il suo cinismo. Se la politica non è vocazione, è una
schifezza, in cui tutto diventa possibile. L’obiettivo che coltiviamo
con Salvati, Vassallo è gli altri è costruire una grande scuola di
formazione, promossa da personalità che vengano dalla società, da tutte
le componenti interne del Pd e anche da esponenti di forze riformiste
altre. Una scuola contro le correnti, perché solo il merito e le
competenze possono sfondare il regime delle appartenenze correntizie,
che generano conformismo, trasformismo e spregiudicatezza. Aperta anche
a ragazzi esterni al Pd, che educhi alla cultura democratica, alla
legalità, alla memoria, al dubbio, che faccia crescere una generazione
di nuovi protagonisti della politica. Ce ne sono tantissimi in giro che
hanno la luce negli occhi, che ci credono, che vogliono cambiare il
paese».
E lei?
«Il mio libro su Bob Kennedy si intitola Il sogno spezzato, quello su
Berlinguer La sfida interrotta. Mi rendo ora conto che erano titoli
autobiograficamente profetici. Così è stato concepito da una vasta
parte della nostra gente i miei 15 mesi alla guida del Pd. Oggi non ho
altre ambizioni che fare le cose in cui credo. Sarà questo il modo oggi
di realizzare l’ossessione che mi accompagna da sempre, spendere la mia
vita per la mia comunità».